Se volessimo descrivere le condizioni della nostra vita di occidentali, dovremmo osservare l’Europa senza infingimenti.

Il vecchio continente versa in uno stato di profonda angustia, frammista a risentimento e nostalgia per un passato che non può tornare[1]. Tutti concordano sul fatto che questo sentimento si nutra giorno dopo giorno di ignoranza, populismo, angoscia, demagogia, disinformazione, ed è prevedibile che si determini l’implosione dell’intero sistema perché in Europa «historically conflict is due to emerge again»[2].

Le istituzioni comuni europee, peraltro, sono state concepite per amministrare la prosperità nella libertà, più che per governare la complessità di spirali recessive.

Dal 1989, stati dittatoriali, partiti estremisti, fazioni terroristiche, hanno acquisito una forza eccezionale e, sfruttando la crisi delle élites pubbliche, hanno cercato di modificare il nostro modello di vita.

Russia, Cina, Iran, non sono nazioni democratiche. In paesi europei come Italia, Francia, Ungheria, e altresì in Turchia, Filippine, Sudafrica, Bangladesh, Tanzania, si assiste al declino della legal civilisation, al diffondersi di una disposizione delle persone all’accettazione di comportamenti illiberali.

Per tacere dello Stato Islamico, la cui strategia, lontana dall’essersi esaurita, è atta a minare l’ordine politico di stati e modelli politici già fragili, in Asia e in Africa.

Per facilità di espressione, chiameremo queste entità forze dispotiche.

Le scienze politiche chiariscono la differenza tra autocrazia e dittatura semplice, tra dittatura complessa e stato totalitario. Oltre a ciò, spiegava Giovanni Sartori: «In passato il dittatore rovesciava la democrazia, il passaggio all’autocrazia era manifesto, rivoluzionario. Oggi questo processo avviene senza alcuna rivoluzione, senza neppure bisogno di riforme. Il caso più potente è la Russia di Putin: formalmente resta un sistema semipresidenziale, ma di fatto un uomo solo si è impadronito del potere e di tutti i contropoteri previsti per contrastarlo».[3]

Per raggiungere questi obiettivi le forze dispotiche si scambiano informazioni e condividono know-how, tecnologie militari e civili, non si limitano a reprimere le voci del dissenso interno, ma lavorano per influenzare il quadro politico dei paesi democratici.

Le élites pubbliche occidentali sottovalutano l’attacco sferrato dalle forze dispotiche per manipolare l’opinione pubblica europea e americana, e sottostimano il livello dello scontro tra la società aperta e i suoi nemici.

I mezzi di penetrazione usati sono antichi e moderni: la televisione, la radio e la carta stampata, l’incremento di istituti di studio e di cultura, gli investimenti nel business sportivo, l’aiuto occulto fornito a partiti e movimenti politici occidentali, tramite informazioni e denaro, la «disinformazione sistematica e intenzionale»[4] che dilaga sul web.

La Cina investe ogni anno nella cosiddetta “informazione internazionale” un budget superiore a 8 miliardi di Euro. Un capitale ingente, che pure è lecito calcolare per difetto, usato per plasmare una realtà parallela ad uso e consumo del pubblico occidentale.

Il governo russo, che in patria controlla le e-mail, le chiamate, il traffico in rete persino dei politici dell’opposizione, attraverso SORM e SORM-2 (Systema Operativno-Razisknikh Meropriatiy), all’estero sostiene i regimi autoritari siriano e venezuelano, e condiziona la politica americana ed europea[5].

Cina e Russia comprendono meglio di altri come siano cruciali l’intelligence umana, il possesso di informazioni e la diffusione delle idee, sicché investono in modo formidabile anche in quelle infrastrutture capaci di avere una proiezione internazionale, sviluppate espressamente per delegittimare i valori della società aperta[6].

Gran parte della programmazione di holding della comunicazione come RT in Russia e CGTN in Cina, è diretta a stigmatizzare l’Occidente e vaticinare il suo declino.

La stabilità tra le aree di influenza è perturbata e produce oscillazione, perché siamo vicini ad un punto di rovesciamento che sposterebbe l’equilibrio a favore delle forze dispotiche. E se un simile cambiamento si verificasse, sarebbe la nostra libertà a cedere il passo a una definitiva prospettiva panottica[7].

La minaccia che queste entità rivolgono al nostro modello di vita richiede una risposta ferrigna e, forse, preventiva.

Illudersi di poter difendere un sistema democratico senza la guida di élites, facendo leva su teorie che avvalorano una società ideale priva di aristocrazie intellettuali, è grottesco.

Qualsiasi infrastruttura digitale, poi, che aspiri a sostituire le élites con il web, dove la metà di ciò che si vede non esiste e l’altra metà non corrisponde a ciò che appare, è make-believe, è essa stessa una minaccia rivolta contro le nostre vite.

Storicamente, è nell’ordine naturale delle cose che il grande numero sia governato e il piccolo numero governi.

Non si può immaginare che un popolo sia sempre riunito in assemblee per occuparsi degli affari pubblici, ed è normale che a questo scopo si istituiscano parlamenti, commissioni, comitati, gruppi ristretti, che finiscono per cambiare la forma del comando.

E quando le funzioni di governo sono suddivise in più istanze, i numeri più piccoli presto o tardi prendono il sopravvento e quindi il potere.

La formazione di una nuova élite pubblica, modellata con i valori della liberal-democrazia, è condizione indispensabile – ancorché non sufficiente – al fine di sviluppare un nuovo assetto dei decisori politici.

Dalla Magna Charta Libertatum fino all’età contemporanea[8], le procedure democratiche e le norme giuridiche si sono evolute congiuntamente, attraverso la sollevazione contro i tiranni e grazie alla guida di élites superiori.

In assenza di un rinnovamento di queste ultime, e in presenza di un collasso dell’ancoraggio al sistema occidentale, la democrazia sta degenerando con un’accelerazione mai vista prima, benché sia riuscita a debellare totalitarismi come il Nazismo e il Comunismo.

A questo ritmo, assisteremo al conflitto politico-sociale convenzionale e in seguito ad una più aspra conflittualità urbana[9], che spianerà la strada alle forze dispotiche.

L’odore del sangue segue il fallimento sistemico del system of origin rules come la notte segue il giorno.

 

MARCO ROTA

Analyst on political intelligence and country risk

marcorota@usa.com

 

 

[1] http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2017/04/07/la-fine-del-bel-tempo-antico-delleuropa/25457/

[2] George Friedman, Flashpoints: the emerging crisis in Europe, Scribe, Londra 2015

[3] Giovanni Sartori, La democrazia in trenta lezioni, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, Milano 2008.

[4] Mario Caligiuri, Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2016

[5] http://www.lemonde.fr/politique/article/2017/01/04/la-justice-russe-saisie-sur-le-pret-bancaire-consenti-au-front-national_5057637_823448.html

[6] K. R. Popper, La società aperta e i suoi nemici, 2 voll, Armando, Roma 1973

[7] Jeremy Bentham, Panopticon, ovvero La casa d’ispezione, a cura di Michel Foucault e Michelle Perrot, Marsilio, Venezia 1983

[8] Charles Howard McIlwain, Costituzionalismo antico e moderno, Il Mulino, Bologna 1990

[9] http://www.westpointcoh.org/interviews/understanding-urbanization-nato-planning-for-the-complexities-of-the-future

Nell’immagine: “ARGO PANOPTES”, scultura in cemento e terra refrattaria di Maria Bressan

Scritto da Marco Rota