Il concetto di “guerra politica” racchiude una gamma di operazioni atte a conseguire dei precisi obiettivi politici, diverse da quelle di tipo militare o da quelle relative alla guerra dell’informazione (“information warfare”)[1].

Nella guerra politica, che rappresenta il “genere”, le “specie” e cioè le categorie che la compongono, sono la diplomazia coercitiva, la diplomazia pubblica, la propaganda bianca o nera[2], la corruzione, la sovversione, l’inganno (che negli Stati Uniti si chiama deception)[3].

Gli americani ripresero queste nozioni dai britannici, i quali, con lungimiranza, diedero vita nel 1941 al Political Warfare Executive, uno spettro di attività dirette a influenzare potentemente lo stato sensorio-percettivo degli abitanti del Terzo Reich, in Germania e nei paesi occupati.

Elaborazioni fatte proprie e perfezionate anche da George Frost Kennan durante la Guerra Fredda[4], che trovarono applicazione su larga scala nella difesa della cortina di ferro fino al 1991.

Le operazioni peculiari della guerra politica consentirono di fronteggiare, anche dopo, la “guerra ibrida” russa, la “guerra senza limiti” cinese[5], quella asimmetrica iraniana con le sue capacità “non cinetiche”, osteggiando minacce come la disinformazione e le dinamiche d’influenza.

Finita la contrapposizione tra Est e Ovest, i governi occidentali misero in sottordine la political warfare, a favore di altri strumenti con un valore tecnologico superiore, ma da allora persero la capacità di condizionare, nel senso voluto, il corso degli eventi politici e geopolitici di alcune aree del mondo.

Si trattò, evidentemente, di una scelta dovuta al venir meno della tensione tra i blocchi. Una preferenza che però espose le democrazie alla guerra politica contrapposta e all’influenza delle forze dispotiche[6], come nel caso più recente del “Russia-gate”, legato a doppio filo alla vittoria di Donald Trump.

Negli ultimi anni è ripreso il dibattito tra specialisti sul rapporto tra guerra politica, guerra non convenzionale e le molte operazioni svolte da parte di Russia, Cina, Iran[7] in alcuni contesti regionali.

Le élites utilizzano la guerra politica a supporto di obiettivi interni o esterni, attraverso interventi palesi o occulti. Essa consiste nell’uso di informazioni, messaggi, espedienti, al fine di modificare la volontà del nemico, avvalendosi di misure e contromisure quali la propaganda, la contro-propaganda, la disinformazione, l’ideologia.

C’è uno scenario inedito, tuttavia, che va messo in luce.

La sconfitta delle élites pubbliche[8], a vantaggio delle élites private, avvenuta con il crollo del Comunismo, ha segnato il trionfo delle classi dirigenti a capo di colossi dell’energia, della tecnica, del web, multinazionali oligopolistiche capaci di influenzare, direttamente o indirettamente, tutto il sistema dei media[9].

Pertanto, le élites private sono divenute esse stesse policy makers, e non più solo operatori del mercato riuniti in gruppi d’interesse.

Il concetto di guerra politica è antico quanto la storia della politica o della filosofia, ma a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento la sua applicazione è stata mutuata e ottimizzata dalle grandi corporation, ossia le élites private che oggi comandano il mondo[10], dotate di mezzi finanziari ciclopici.

I regolatori, i regolati, le regolamentazioni, nel tempo sono divenuti pressoché indistinguibili; i detentori del potere reale controllano i media, influenzano la quasi totalità delle decisioni economiche e gran parte di quelle politiche, che hanno un’incidenza sullo sviluppo della società umana.

Per farlo, queste élites private beneficiano anzitutto alcuni sostenitori politici, a difesa della propria quota di ricchezza dentro il perimetro del “Crony Capitalism”[11] intrecciato con i poteri pubblici.

Non sorprende che esse si servano di alcuni strumenti della “guerra economica”, bensì preoccupa che possano accedere a quelli della “guerra politica” attraverso il possesso di informazioni sensibili, per manovrare l’opinione pubblica, corrompere la burocrazia, suggellare o modificare le relazioni tra paesi.

L’evolversi di nuove concorrenze tra aree geopolitiche, congiunto con il fallimento delle classi politiche nazionali, evidenzia quindi l’estrema attualità e la pericolosità dei possibili nuovi usi della guerra politica.

Si configura un’attività sofisticata e sistematica, da parte di soggetti privati, sottesa al condizionamento, alla persuasione, alla cooptazione, alla manipolazione.

L’obiettivo è indebolire le élites di genesi elettiva o burocratica, alterare le percezioni e le convinzioni, con effetti concreti sulla vita politica e, a cascata, sul decision-making statale in relazione ad ambiti come quello legislativo, commerciale, militare[12]. Le multinazionali impiegano gli strumenti dell’intelligence, in particolare quel ventaglio di opzioni che comprende business intelligence, competitive intelligence, political intelligence, ma anche altri interventi, di natura occulta e più pervasiva.

Quale livello informativo, di analisi, di gestione del rischio, si celano dietro gli apparati di sicurezza delle grandi multinazionali private? A quanto ammontano gli investimenti in reputazione e quelli in disinformazione? Quali limitazioni effettive sono possibili in ordine ai loro comportamenti?

Quando la platea dei governanti non è più in grado di auto-riformarsi, prende il sopravvento l’anarchia dei governati.

E laddove il potere della liberal-democrazia classica si disgrega, per mancanza di nerbo, di modernità, di velocità nelle decisioni, da parte di coloro che dovrebbero esigere il rispetto dell’ordinamento giuridico e dell’autentica concorrenza “per il mercato”[13], proliferano e si cementano giustizie private e predominii privati.

Scomodando Pareto, si può dire che la storia sia davvero il cimitero delle aristocrazie, ma non di quelle élites private che, grazie anche al “sapere profondo” della guerra politica, alimentano il caos e minano i fondamenti del mondo libero.

 

MARCO ROTA

Analyst on political intelligence and country risk

marcorota@usa.com

 

 

[1] A. Codevilla, Political Warfare: Means for achieving political ends, in J. M. Waller (a cura di), Strategic Influence: Public Diplomacy, Counterpropaganda and Political Warfare, The Institute of World Politics Press, Washington, 2008

[2] Quando si parla di “propaganda bianca” la fonte è conosciuta, mentre quella nera nasconde la sua identità attraverso una fonte che sembra disinteressata. La scala mediana è contraddistinta dalla cosiddetta “propaganda grigia”.

[3] Ibidem

[4] Policy Planning Memorandum, Records of the National Security Council, NSC 10/2, RG 273, National Archives and Records Administration, 4 May 1948

[5]Liang Qiao, Xiangsui Wang, Guerra senza limiti. L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione, Libreria editrice Goriziana, Gorizia, 2001

[6] http://www.intelligencelab.org/2017/08/01/le-elites-le-forze-dispotiche/

[7] Ibidem

[8] http://www.intelligencelab.org/2017/07/10/la-sconfitta-delle-elites-pubbliche/

[9] Giuseppe Gagliano, Mario Caligiuri, Laris Gaiser, Intelligence economica e guerra dell’informazione, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016

[10] Mario Caligiuri, Intelligence e scienze umane. Una disciplina accademica per il XXI secolo, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2016

[11] Joseph E. Stiglitz, Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino, 2013

[12] Richard A. Posner, A Failure of Capitalism, Harvard University Press, Cambridge, Massachusetts, 2009

[13] John Stuart Mill, Principi di economia politica, a cura di B. Fonta, Utet, Torino, 2006

 

Scritto da Marco Rota

Analista di political intelligence